Questo non è un TGWAS come gli altri.
Prima di tutto, lo leggerete di domenica.
Secondo, non ne troverete un Senso. O ne troverete molti, che poi è la stessa cosa.

Tutti i link in questo articolo vi porteranno a live cam sparse in giro per il mondo, puntate su animali.

Perché?
Per nessun motivo.
Benvenuti nel TGWAS dedicato al Caso.

Funziona così.
Si parte da notizie o post totalmente casuali, diciamo i primi 3 post del mio feed di Facebook, e da lì si prosegue traendo argute riflessioni sul presente.
Se cercassi di trovare un ordine, un tema, una trama a quanto sto per vedere, non ci riuscirei.
E neanche voi. Abbiamo smesso di farlo da un po’.

È nel Caso che galleggiamo ogni giorno.
Immaginatevi dispersi nell’oceano, su una zattera di fortuna.
Intorno a voi c'è la vostra vita analogica. Un arco di cose perdute e di altre ancora presenti.
Ma sulla vostra zattera, che galleggia nell’oceano digitale, passato e futuro sono perennemente sullo stesso piano, senza continuità di tempo né ordini di importanza. Le cose che amiamo di più insieme a quelle che a malapena notiamo. Le persone perse da una vita, quelle che mal sopportiamo, e i nostri amici più stretti.
I film visti, i libri letti, quelli ancora da vedere e da leggere. Tutto quanto intorno.

È facile perdersi, sì. Nel caso, questa è una live cam puntata su una spiaggia di trichechi.

Ma torniamo al mio feed. Esterno giorno. Alba su zattera nell’oceano.

Primo Post.
Un contenuto della pagina di Master of None.
Grande serie, niente da dire. Ben scritta, divertente qb, capace di trattare i Grandi Temi della Vita con leggerezza (che è ben diversa dalla superficialità). Il contenuto è una gif divisa a metà. Nella parte superiore una ragazza, amica del protagonista indiano, gli dice: “You like the Italians” e lui risponde “I like some of them”. Niente spoiler, please, ma questi due si piacciono e qualcosa succederà, anche se lei nella serie si fa Scamarcio. Davvero una serie americana – scritta e interpretata da un grande comico/autore/performer indiano come Aziz Ansari – può raccontare al meglio una fetta dell’Italia di oggi? Nella meravigliosa prima puntata della seconda stagione, il bianco e nero e i riferimenti ai capolavori neorealisti si sprecano. C’è ancora quell’Italia di paese, con la cortesia perduta, i fiori alle finestre, le biciclette e il cibo buono, dappertutto. C’è una nostalgia per qualcosa solo intravisto nei film e nei racconti dei nonni.
Dalla nostra zattera avvistiamo una mancanza di un’età dell’oro in cui le cose erano più semplici e pittoresche: un tempo che nessuno di noi millennials ha mai neppure sfiorato. Fa sorridere, vederne un omaggio in una serie tv. Ancora di più, pensare che non abbiamo un’idea di cosa sia stato vivere in bianco e nero, senza wi-fi.
Ci penso, e guardo queste rondini nate qualche settimana fa.

Secondo post.
Nat Geo Wild mi racconta dell’amicizia tra Merlin, un pappagallino giallo e verde, e Nora, un boxer meticcio. I due se la intendono bene. Merlin sbecchetta l’osso giocattolo di Nora e lei lo lecca affettuosa, come se fosse un suo cucciolo. I due hanno un bel cuscino in casa, che condividono, e pare comodo. C’è anche un giardino e una giornata di sole. La padrona di entrambi dice qualcosa ma non la sento perché sto guardando il video in mute, come il 90% degli utenti: cosa che evidentemente Nat Geo Wild ignora, perché non ha messo sottotitoli.

Quindi mi tocca inventare il contenuto dell’intervista: “Avete visto come giocano? Se ne sbattono di essere un cane e un uccello verde. Non sanno neanche che significa appartenere a una specie diversa. Non una razza, una specie.” Qui la signora, che indossa un maglioncino grigio a righine, un po’ stinto a dire la verità (che poi ti intervista Nat Geo Wild, mettiti lì bene, no?) fa una pausa. “È strano pensare che noi esseri umani ci facciamo molti più problemi di così. Che ne so, tipo sui mezzi pubblici. Non è che serve che qualcuno abbia una testa da corvo enorme e si esprima eruttando fiamme, per essere infastiditi dalla sua presenza. È il differente che ci dà fastidio. Quanto sia differente non conta molto. Siamo, e rimaniamo delle creature auto-centriche e paurose, e nessuno di noi andrebbe mai a mordicchaire l’osso giocattolo di un gigante di venticinque metri. Guardate Merlin,” ed ecco che l’uccelletto si gira verso di noi, “a lui non importa di niente perché non sa niente. È l’ignoranza che lo salva. Non sa cosa sia un boxer meticcio. Non sa neanche che significa volare per procurarsi cibo, perché è un uccello domestico. Sa solo cosa lo fa stare bene, e lo ricerca di continuo, e il resto non conta. È salvo perché ignora.”
Cane e pappagallo ci guardano e non dicono niente. E pure se lo dicessero, non ci sarebbero i sottotitoli.

Pausa caffè, con un video live di un orso polare molto serio.

Terzo post.
La copertina di una rivista che si chiama Vero.
Iva Zanicchi tiene in braccio un gatto: lei guarda verso di noi e sorride, il gatto sembra scocciato e guarda fuori campo. Il titolo recita “Iva Zanicchi posa con la sua gattina e dice: Stellina, quando miagola, sembra che pronunci la parola mamma!”
Chissà se sarebbe disposta a parlare con un boxer meticcio.
Pensandoci, forse è la prima parola che ho pronunciato anche io, mamma. Lo dico basandomi sulla casistica italiana, per la quale durante il periodo di “lallazione” (intorno ai 6/7 mesi) i bambini iniziano a masticare sillabe con la M o la P o la B o la L. Aggiungo che a 15 mesi mesi il bagaglio personale si aggira intorno alle 10/15 parole.
I commenti sotto la signora Zanicchi si sprecano, e neanche a dirlo alcuni sono esilaranti.
Federico dice: “È tutto così rovinosamente bello.”
Daniele dice: “In realtà dice miao.”
Sandro dice: “Ammiaozzami.”

Forse hanno ragione tutti e tre. La gatta della Zanicchi, rimasta vergognosamente senza nome in copertina di Vero, mi fa pensare alla prima parola che ho letto. Quella sì che me la ricordo. Avevo cinque anni, ero alla scuola materna, e la lessi su una bottiglia. Tornai a casa e dissi a mia madre “So leggere.” Lei non sembrò colpita. Mi mise alla prova, e faticosamente incollai qualche sillaba tradotta dallo stampatello. Non un granché in effetti, la mia carriera di lettore era ancora acerba, ma su quella bottiglia c’era scritto Limone, quant’è vera la Zanicchi.
Dalla zattera su Facebook vedo una mattina alla scuola materna. L’odore di casa. Una versione più giovane di mia madre, in cucina. Un limone disegnato. E un gatto che non guarda verso la macchina fotografica.

Voi da qui, se siete fortunati, potete vedere degli orsi che pescano salmoni in un torrente.

Scorro il feed e trovo Renzo Piano, che spiega come costruire straordinari castelli di sabbia. Penso alle estati in Sicilia, ai profumi che ancora mi portano là, a quella volta che mio padre ha pescato un polipo con le mani e alle vecchie del paese che parlano fino a tarda notte sulle sedie di vimini .
Renzo Piano nell’articolo dice: “Ricordatevi che costruire castelli di sabbia è un’operazione completamente inutile. Non aspettatevi troppo, sono destinati a scomparire”. Quanta saggezza. Forse dovremmo smettere di costruire cose.

Dalla zattera vedo un video di ragazzini che provano per la prima volta Windows 95.
Gloriosi resti della festa aziendale di ieri notte.
Appuntamenti per concerti dopo l’estate.
Classifiche di taco.
La foto di una focaccia su fondo mare.
Un articolo in cui si sostiene che le coppie più felici non pubblicano cose su Facebook.

Poi c'è un sacco di roba su Game of Thrones, ma di quella ne trovate in abbondanza anche nei vostri feed.

E quando meno ve l'aspettate, una spiaggia africana con ippopotami pigri.

Siete arrivati alla fine e ancora vi chiedete di che si parla in quest’articolo?
Benvenuti nella condizione esistenziale del lato fortunato del pianeta.

Quell’oceano digitale che ci circonda lo creaimo noi, un’onda alla volta. Ogni rifiuto galleggiante, e ogni tramonto. Ogni squalo sotto la superficie, e ogni spiaggia avvistata.
Ma sì, che l’avete capito. Il Caso non esiste.
Le cerchiamo noi, le notizie in cui inciampare, quelle che ci fanno ridere, o ci disgustano, o ci commuovono. Le disperdiamo per bene al largo, e ogni giorno giochiamo ad andare alla deriva, sulla superficie placida che parla di passato, presente e futuro, di ricordi e previsioni.

Nella vita vera, ci siamo stancati di ricordare e di sperare in qualcosa di diverso per il futuro: per questo galleggiamo a faccia in su, in una distesa infinita di cose che hanno la stessa importanza, e sono sempre presenti.

E va bene così.
È domenica, e questa è la Terra vista da lontano.