Storicamente, Internet è stato un “luogo” esente dalle leggi del mondo fisico. La presenza sempre maggiore dei social media nella nostra quotidianità, ha portato questo tipo di cultura ad avere delle conseguenze importanti su molti aspetti della vita sociale e individuale. Sono in atto dei cambiamenti - su diversi fronti - in termini di comportamenti, attitudini e percezioni. Nel nostro Think Forward raccontiamo questi processi, analizzandone gli effetti su individui, società e cultura. Questa volta ci focalizziamo sul Social Self-Care, analizzando come le persone, sempre maggiormente, siano alla ricerca di un benessere fisico e mentale. 

social Self care

All’insegna di quella che sembra essere una presa di coscienza di alcune particolari potenzialità del mondo digitale, sempre più, le persone si rivolgono a Internet e ai social media per trovare diverse forme di “benessere”

Le persone cercano ottimismo online. Sentimenti come inadeguatezza e rabbia lasciano spazio a un senso di positività sempre più diffuso. Sempre più utenti ricercano, producono o pubblicano contenuti motivazionali. Le persone collaborano nella creazione di gruppi, supportandosi a vicenda su problematiche che in precedenza sarebbero state causa di isolamento. L’attenzione alla salute mentale acquista sempre maggiore rilievo: crescono i terapeuti online e la possibilità - soprattutto per i più giovani - di confrontarsi su temi sensibili e problemi emotivi. 

Le persone cominciano prendere coscienza dei potenziali pro e contro della proliferazione degli smartphone e della mobile culture. Se la possibilità di accesso costante all’informazione viene spesso percepita come beneficio, a volte l’esposizione continua alle notifiche può essere vissuta come causa di stress. La pressione sociale che deriva dalla costante reperibilità ed esposizione prodotta dai social media, può diventare motivo di ansia da prestazione, sferrando attacchi al nostro ego, alla nostra autostima e alla percezione che abbiamo di noi stessi. 

Tutto questo, però, non si sta traducendo nel progressivo abbandono di Internet, ma nella ricerca di un rapporto più sano con esso. Quasi come una coppia che cerca di riorganizzare una relazione, “rivedendo” alcuni punti. 

Cambia l’approccio. Cambia la prospettiva. Cresce l’attenzione agli effetti dei messaggi veicolati dai contenuti. Vengono ri-considerati gli standard di desiderabilità sociale, in un’ottica di auto-miglioramento che mira al benessere fisico, emotivo e psicologico

La ricerca del termine “self-care” è aumentata del 100% negli ultimi cinque anni. La gente comincia a mostrare comportamenti sempre più positivi, che sembrano quasi definire una “controcultura”. Si sviluppano formati che promuovono l’accettazione delle imperfezioni, che destigmatizzano i difetti ed aprono la strada a una più sincera e rilassata rappresentazione del sé. 

Gli esempi sono tanti: dalle app che monitorano l’esercizio fisico o il sonno, a quelle che ci ricordano di idratarci, monitorando la quantità d’acqua che beviamo o il numero di calorie che assumiamo. E poi ci sono le app che ci insegnano a meditare, oppure quelle che ci aiutano ad addormentarci, a concentrarci, o ad esser più produttivi.    

Anche i brand cavalcano questo cambiamento. IKEA, ad esempio, con la sua Blackout campaign - parte del suo Sleep Movement -  ha trasformato lo smartphone in un perfetto compagno per addormentarsi. Grazie a contenuti sviluppati con tecniche audio di ASMR e ridotta luminosità, il brand ha creato delle IG stories volte a condurre gli utenti tra le braccia di Morfeo (e l’entusiasmo è stato tale, che la gente ha chiesto al brand di mettere le stories tra gli highlights, così da poterne usufruire all’occorrenza!). 

IKEA blackout campaign

Uber, invece, ha deciso di collaborare con l’app Calm, offrendo ai clienti - durante la corsa - una serie di sedute guidate di meditazione ed esercizi di respirazione, così da rendere il viaggio un’occasione per rilassarsi. Oppure pensiamo al gigante del gaming Tencent, che ha proposto controlli più severi sui suoi giocatori, imponendo un tetto massimo di due ore di gioco al giorno agli utenti al di sotto dei 16 anni.  

Uber calm

Ma gli esempi non si fermano qui. Le piattaforme social cominciano a regolamentare la fruizione di alcuni contenuti: Facebook aggiorna l’algoritmo per rimuovere gli ads ingannevoli (da diete miracolose a cure sospette per la ricrescita dei capelli), YouTube disattiva i commenti ai video che coinvolgono minori, dimostrando un’attenzione sempre maggiore ai possibili effetti negativi sulla sfera emotiva degli utenti. Instagram rimuove i like, limitando la possibilità di usare la popolarità come moneta sociale.

Anche le istituzioni non si tirano indietro. La Brigham Young University (BYU) in Utah ha fornito ai propri studenti accesso gratuito all’app Sanvello (applicazione che fornisce supporto volto ad alleviare i sintomi di stress, ansia e depressione), nella consapevolezza dei rischi in termini di salute mentale in cui molti studenti incorrono. Intanto gli psichiatri Britannici pongono l’attenzione sui rischi dell’uso dei social media sui più giovani, e sulla necessità di avere accesso a più dati - da parte delle tech companies - per poter identificare pattern comportamentali e proporre possibili soluzioni.  

Tutto l’ecosistema digitale acquista maggiore consapevolezza, e prende iniziativa, nel tentativo di migliorare il rapporto fra persone e tecnologia. Google propone Digital Wellbeing Experiments: una serie di idee e tools volti ad aiutarci a trovare un balance con la tecnologia. Da Post Box, che aiuta a minimizzare le distrazioni, permettendoci di decidere quando ricevere notifiche a Desert Island che ci “sfida” ad usare il minor numero di app necessarie; da Morph, che adatta il nostro telefono a quello che stiamo facendo, rendendo disponibili solo le app “necessarie”, a We Flip, che ci fa staccare dalla tecnologia “in gruppo”, con il fine spendere quality time con conoscenti e amici. 

È interessante considerare le potenzialità di questi sviluppi. In un contesto socio-culturale in cui i confini fra digitale e “reale” sono sempre meno marcati (e spesso assenti), cominciamo a riconoscere l’ecosistema digitale come un’estensione “fisica” della nostra vita. E in quanto tale, cominciamo ad acquisire maggiore coscienza sui rischi e sulle soluzioni da adottare. Questo potrebbe portarci a una nuova sensibilità sociale, individuale e culturale, grazie a cui imparare a prenderci cura dei “luoghi” che sono diventati depositari di parti della nostra identità.